Lo stress può influire sul dolore??

Stress e dolore

Lo stress ha un’influenza significativa sul dolore e comprendere questa connessione può essere essenziale per gestire il nostro benessere generale.

Quando stiamo vivendo una situazione stressante, sia esso dovuto alla pressione lavorativa, a problemi personali o ad altri fattori esterni, il nostro corpo risponde rilasciando ormoni dello stress come il cortisolo e adrenalina. Questi ormoni possono amplificare la percezione del dolore e aumentare la nostra sensibilità ad esso.

Inoltre, lo stress può anche portare a tensioni muscolari e infiammazioni, intensificando ulteriormente eventuali disagi già esistenti.

Tuttavia, l’adozione di un approccio cooperativo alla gestione dello stress ci consente di riconoscere il potere che abbiamo nel mitigarne gli effetti sul nostro dolore. Impegnandoci in tecniche di rilassamento, migliorare la consapevolezza e cercando il supporto di persone o professionisti che sappiano aiutarci a trovare delle soluzioni al problema, possiamo ridurre efficacemente i livelli di stress e successivamente alleviare l’impatto che ha sulla nostra esperienza di dolore.

Altre possibili terapie, oltre la fisioterapia, per gestire lo stress e il dolore è la mindfulness, una pratica che consiste nel prestare attenzione al momento presente, ai propri pensieri, emozioni e sensazioni fisiche, senza giudicarli o evitarli oppure la terapia cognitivo-comportamentale che è un tipo di psicoterapia che aiuta le persone a gestire il problema attraverso il cambiamento dei pensieri e dei comportamenti negativi.



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L’ effetto placebo non è solo suggestione

Effetto placebo e suggestione

L’effetto placebo non è solo suggestione perché coinvolge meccanismi neurobiologici complessi che vanno oltre il semplice potere dell’aspettativa o della convinzione del paziente.

Per molto tempo abbiamo creduto che l’effetto placebo fosse dovuto alla suggestione, cioè alla semplice credenza che una terapia fosse efficace solo nella convinzione del paziente ma, con il contributo delle Neuroscienze, abbiamo capito che il miglioramento è dovuto a veri e propri cambiamenti biochimici.

Questo effetto può essere presente anche in fisioterapia ma non deve essere visto come negativo, anzi, deve essere capito e sfruttato sempre di più per avere un effetto positivo perchè può migliorare l’effetto delle terapie.

Le ricerche scientifiche hanno dimostrato che l’effetto placebo può attivare diverse regioni del cervello, come l’insula, l’ipotalamo, l’ippocampo e il sistema di ricompensa. Queste aree sono coinvolte nella modulazione del dolore, dell’ansia, dell’umore e delle risposte automatiche del corpo.

Alcuni studi hanno anche evidenziato l’effetto placebo tramite il rilascio di endorfine, sostanze chimiche naturali del cervello che agiscono come analgesici e possono ridurre il dolore. Inoltre, altri meccanismi biologici, come l’aumento della produzione di dopamina e l’attivazione del sistema immunitario, possono essere influenzati dall’effetto placebo.

L’effetto placebo può anche essere condizionato da fattori ambientali, come il contesto del trattamento, la qualità della relazione terapeutica e l’esperienza passata del paziente.

In definitiva, l’effetto placebo è un complesso fenomeno che coinvolge una combinazione di aspetti psicologici, neurobiologici e sociali. Non è semplicemente il risultato della suggestione del paziente, ma è influenzato da una serie di fattori che possono avere un impatto sulle risposte fisiologiche e psicologiche di una persona.

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Gestione relazione terapista paziente

Gestione relazione terapista paziente

La gestione della relazione terapista-paziente è fondamentale per garantire la qualità dell’assistenza sanitaria, purtroppo, molto spesso disattesa per vari motivi. Per approfondire l’argomento questa volta ho provato a chiedere cosa ne pensava l’AI e ne è venuto fuori un decalogo assolutamente condivisibile e da leggere più volte.

Vorrei solo aggiungere una cosa perchè ancora prima che si possa instaurare una relazione terapeutica costruttiva, a volte, ci possono essere delle condizioni di natura ambientale, emotiva o semplicemente la classica “sensazione a pelle” che possono creare disagio.

Senza perdere tempo a chiedersi perchè direi che non c’è assolutamente niente di male se si rinuncia sin dall’inizio alla prestazione. Ci si evita inutili ed inevitabili incomprensioni che avrebbero l’unico effetto di creare disagio e a volte sofferenza emotiva alle persone coinvolte.

Ecco alcune linee guida per gestire questa relazione in modo efficace:

1. Comunicazione: Una comunicazione aperta e sincera è essenziale. Il terapista dovrebbe parlare con il paziente in modo chiaro e comprensibile, fornendo tutte le informazioni necessarie riguardo la diagnosi, il trattamento proposto e i potenziali rischi o effetti collaterali. Inoltre, il terapista dovrebbe essere disposto ad ascoltare le preoccupazioni e le domande del paziente, mettendolo a suo agio.

2. Empatia: Mostrare empatia verso il paziente è importante per creare un ambiente di fiducia e accoglienza. Il terapista dovrebbe dimostrare interesse e preoccupazione per il benessere del paziente, ascoltando attentamente i suoi bisogni e cercando di comprendere e rispettare i suoi sentimenti.

3. Rispetto e dignità: Il terapista dovrebbe trattare ogni paziente con rispetto e dignità, senza discriminazioni di alcun tipo. Questo include il rispetto per la privacy e la riservatezza del paziente, come ad esempio chiedere il suo consenso per la condivisione di informazioni mediche con altre persone o professionisti sanitari.

4. Coinvolgimento del paziente: Coinvolgere il paziente nel processo decisionale riguardante il suo trattamento è importante per garantire che le sue preferenze, i suoi valori e le sue aspettative siano presi in considerazione. Il terapista può fornire al paziente tutte le informazioni necessarie per prendere decisioni informate e aiutarlo a comprendere le possibili opzioni di trattamento.

5. Continuità dell’assistenza: Fornire una continuità dell’assistenza è importante per mantenere una buona relazione terpista-paziente. Ciò significa che il terapista dovrebbe essere disponibile per il paziente anche dopo la visita iniziale e dovrebbe tenere traccia delle informazioni sul suo stato di salute nel tempo.

6. Gestione dei conflitti: Se dovesse sorgere un conflitto nella relazione terapista-paziente, è importante affrontarlo in modo costruttivo e rispettoso per entrambi. Il terapista dovrebbe cercare di comprendere le preoccupazioni del paziente e lavorare insieme a lui per trovare una soluzione appropriata.

È importante ricordare che ogni paziente è un individuo unico, con esigenze e aspettative diverse. Pertanto, è importante adottare un approccio personalizzato nella gestione della relazione terapista-paziente, tenendo conto delle specificità di ciascun paziente.

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Fisioterapia e osteopatia per la sindrome di burnout.

Fisioterapia e sindrome di burnout

Questa settimana voglio parlarvi della sindrome di burnout un problema sempre più frequente, dovuto a carichi di lavoro sempre più pesanti che, come è stato ampiamente dimostrato, non colpisce solo il settore sanitario.

Il burnout è un disturbo psico-fisico che si manifesta come esaurimento emozionale, bassa realizzazione personale e stanchezza cronica causata da un prolungato stress lavorativo. È caratterizzato da sentimenti di stanchezza e inefficacia professionale.

La fisioterapia e l’osteopatia possoni aiutare chi è soggetto a burnout in diversi modi:

1. Riduzione dello stress fisico: Il burnout può manifestarsi con sintomi fisici come tensione muscolare, dolore e affaticamento.

La fisioterapia può aiutare a ridurre lo stress fisico attraverso tecniche come la terapia manuale, la massoterapia profonda e il rilassamento muscolare. Questo può contribuire a lenire il dolore e l’affaticamento associati al burnout.

Mentre l’osteopatia tramite tecniche viscerali i cranio sacrali può contribuire a riequilibrare il sistema nervoso neurovegetativo sempre coinvolto in questa condizione fisica.

2. Incremento dell’attività fisica: L’attività fisica regolare è stata associata a una riduzione dello stress e all’aumento del benessere psicologico. L’attività fisica, in particolare in modalità aerobica (bicicletta, cyclette, camminate) e all’aria aperta può aiutare le persone affette da burnout a creare un programma di attività personalizzato che favoriscano il rilascio di endorfine, riducendo così i sintomi dello stress e promuovendo una migliore salute sia fisica che mentale.

3. Miglioramento del sonno: Il burnout può causare insonnia o disturbi del sonno. La fisioterapia può utilizzare tecniche che favoriscono il rilassamento muscolare facilitando la qualità del sonno. Un miglioramento del riposo e un recupero adeguati possono contribuire ad alleviare i sintomi del burnout.

4. Gestione del dolore: Il burnout può essere accompagnato da sintomi fisici come cefalee o dolore muscolare cronico. La fisioterapia può aiutare ad identificare le cause del dolore e a sviluppare un piano di trattamento personalizzato per alleviare i sintomi.

5. Supporto emotivo: Una premessa non siamo psicologi e non dobbiamo assolutamente sostituirci a loro ma il fisioterapista può offrire un ambiente sicuro per poter esprimere i propri sentimenti e le proprie preoccupazioni legate al burnout. Il terapista può fornire supporto emotivo e consigli sulle strategie per affrontare lo stress e prevenire l’evoluzione verso il burnout.

Complessivamente, la fisioterapia e l’osteopatia possono svolgere un ruolo importante nel trattamento e nella prevenzione del burnout, fornendo alle persone affette strumenti per gestire lo stress fisico e migliorare il benessere generale. Alla prossima!

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Se non rallentiamo l’attività mentale il fisico non può rilassarsi.

Attività mentale e dolori

L’attività mentale è strettamente legata al benessere fisico. Quando la nostra mente è sovraccarica di stress, preoccupazioni o ansia, può influire negativamente sul nostro corpo e sulle nostre patologie.

Ad esempio, lo stress cronico può causare disturbi del sonno, compromettere il sistema immunitario, aumentare la pressione sanguigna e causare tensioni muscolari, cefalea, stanchezza cronica.

Inoltre, una mente occupata può renderci meno propensi a prendere cura del nostro corpo, adottando abitudini alimentari poco salutari o trascurando l’attività fisica.

Molto spesso anche durante le sedute di fisioterapia il paziente non riesce a staccare la spina dai propri impegni e questo limita e rallenta molto i risultati possibili.

Già molto tempo fa anche nella mia esperienza professionale mi ero sempre interessato di come i pazienti delle terme ottenevano benefici ben superiori alle terapie eseguite e questo era spesso dovuto al fatto che l’ambiente rilassato e lontano dalle preoccupazioni quotidiane permetteva di avere risultati migliori con minor fatica.

Dunque, per ottenere un miglioramento su problemi dovuti principalmente a tensioni muscolari, è importante trovare modi per ridurre l’attività mentale per poter promuovere anche il benessere fisico. Questo può includere pratiche come la meditazione, il rilassamento, lo yoga, l’ascolto della musica, attività fisiche preferibilmente all’aperto o l’assunzione di pause di svago regolari per rilassarsi e rinnovarsi.

Inoltre, un’alimentazione equilibrata e l’esercizio fisico regolare possono contribuire a ridurre lo stress e migliorare il benessere mentale, creando così un circolo virtuoso tra mente e corpo.

In conclusione, l‘attività mentale e problemi fisici sono strettamente legati e influenzano reciprocamente il nostro benessere complessivo. Ridurre l’attività mentale per promuovere un equilibrio tra mente e corpo è essenziale per ottenere un miglioramento fisico.

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